“Ti danno i soldi e per 10-15 giorni ti vai a divertire”. La banda che avrebbe compiuto l’attentato dinamitardo al giornalista Sigfrido Ranucci, era pronta a scappare, a darsi alla fuga all’estero. Dalle carte dell’indagine della Dda di piazzale Clodio emerge che i quattro avevano intenzione, grazie anche alle ‘garanzie’ dei mandanti, di lasciare l’Italia ed evitare la cattura. Nell’ordinanza cautelare vengono citate una serie di intercettazioni in base alle quali è evidente che gli indagati stessero seguendo gli sviluppi del procedimento potendo contare su una rete di appoggio. A garantire la fuga sarebbe stato chi ha ordinato di mettere l’ordigno, i mandanti ancora senza nome. Chi ha deciso per l’attentato aveva “l’intenso interesse” di allontanare gli autori dal territorio italiano fornendo ai quattro anche “delle versioni di comodo finalizzate, si badi bene – scrive il gip – non a scagionarlo ma esclusivamente ad evitare che loro stessi siano identificati”.
In un dialogo carpito il 10 aprile scorso, uno degli arrestati afferma di “avere già preso contatti con un soggetto terzo, indicato come ‘quello’, che si rendeva disponibile a garantire un temporaneo allontanamento dal territorio”. La banda poteva contare su “risorse economiche, strumenti di pagamento ricaricabili e modalità operative idonee ad eludere eventuali attività investigative”. Gli indagati parlano della possibilità di trasferirsi per un periodo di “10-15 giorni”, in Paesi come “Spagna, Austria e Francia”. E’ proprio Antonio Passariello – ritenuto dagli inquirenti tra i capi del gruppo – però a preferire la Spagna come meta: “ti danno i soldi e ti vai a divertire… 10-15 giorni… e poi torni… ogni giorno ti caricano i soldi sulla carta” afferma. In particolare si parlava di un’offerta economica continuativa di 200 euro al giorno (‘… vuoi andare un mese in Spagna? Pure 200 euro al giorno te li mandiamo noi …‘, a dimostrazione, sottolinea il gip, “dell’esistenza di una rete relazionale idonea a garantire appoggi, coperture e possibilità di spostamento rapido”. Quanto alle modalità per assicurarsi la fuga, il capo della banda suggeriva che “i telefoni non ve li dovete portare proprio” e che occorreva utilizzare schede dedicate, in quanto “ogni volta che la usi chiami, stacchi e la butti”.
Sulle responsabilità dei quattro il gip sembra non avere dubbi. “Le risultanze acquisite costituiscano elementi gravi, precisi e concordanti per ritenere che” i quattro arrestati “abbiano preso parte all’azione criminosa e abbiano offerto, ognuno con un ruolo specifico e determinato, un contributo rilevante alla commissione dei reati. Dalle carte inoltre emerge che la banda operava da tempo, utilizzando sempre la ‘gelatina da cava’. “Dobbiamo buttare i palazzi a terra”, afferma un indagato in un dialogo carpito nel febbraio scorso e per il gip queste parole “non lasciano alcun dubbio” sul fatto che il membro della banda “fosse in attesa di ricevere un ordigno esplosivo” anche mesi dopo l’episodio di Ranucci. L’indagato aggiunge, senza fare riferimenti specifici, che chi gli ha procurato in passato l’esplosivo: “me lo fece potente, con un bottone boom, uh mamma che abbiamo combinato”. Nelle stesse intercettazioni gli arrestati parlano dell’attentato a Ranucci assumendosene – di fatto – la responsabilità. “Ti ricordi quella tarantella che ho fatto a Roma?” dice uno di loro senza sapere di essere ascoltato dagli inquirenti.