Svolta nelle indagini sull’attentato dinamitardo contro il giornalista Sigfrido Ranucci. I carabinieri hanno arrestato quattro presunti componenti del commando che, nell’ottobre scorso, fece esplodere un ordigno davanti alla sua abitazione di Torvaianica, a Pomezia. Gli investigatori ritengono che abbiano agito su commissione di mandanti ancora da identificare. I carabinieri del Comando Provinciale di Roma hanno eseguito quattro misure cautelari tra le province di Napoli e Avellino. Tre gli indagati condotti in carcere, uno posto agli arresti domiciliari. Il provvedimento è stato emesso dal Gip del Tribunale di Roma su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia.
I nomi
Gli indagati sono Antonio Passariello, residente a Cicciano, in provincia di Napoli, Marika De Filippi, Saverio Mutone e Pellegrino D’Avino, questi ultimi residenti nell’Avellinese. Devono rispondere, a vario titolo, di detenzione e utilizzo di esplosivi, danneggiamento e minacce, con l’aggravante del metodo mafioso.
I fatti
L’inchiesta nasce dall’attentato del 16 ottobre 2025, quando un potente ordigno esplose davanti al cancello dell’abitazione del conduttore di Report, distruggendo le due auto parcheggiate all’esterno e danneggiando il muro di cinta. Secondo gli investigatori, l’esplosione avrebbe potuto provocare conseguenze ben più gravi per le persone presenti nella zona. Le indagini, condotte dai Nuclei Investigativi di Roma e Frascati, hanno consentito di ricostruire nel dettaglio tutte le fasi dell’azione criminale grazie all’analisi delle immagini di videosorveglianza, agli accertamenti tecnico-scientifici e all’esame dei tabulati telefonici.
Determinanti anche gli esami del Ris e degli artificieri, che hanno accertato l’utilizzo di “gelatina da cava”, un esplosivo ad alto potenziale ormai poco diffuso ma estremamente devastante. Una telecamera installata lungo la strada statale Pontina ha inoltre permesso di individuare una Fiat 500X noleggiata in Campania, utilizzata dal commando per raggiungere Torvaianica e rientrare subito dopo l’attentato. L’analisi dei dati telefonici ha poi confermato che i cellulari degli indagati seguivano lo stesso percorso dell’auto sia il giorno dell’attentato sia durante un precedente sopralluogo.
I mandanti
Secondo la Procura, il gruppo avrebbe agito su incarico di mandanti ancora ignoti, ricevendo un compenso economico. Gli stessi mandanti avrebbero fornito denaro, schede telefoniche dedicate, assistenza legale e predisposto anche un eventuale piano di fuga all’estero. Gli investigatori contestano inoltre diversi tentativi di depistaggio: dalla ricerca di eventuali microspie alla distruzione di schede SIM, fino alla predisposizione di una linea difensiva comune per ostacolare le indagini. Le indagini proseguono per individuare chi avrebbe commissionato l’attentato.
