Proseguono le indagini sull’attento a Sigfrido Ranucci. A piazzale Clodio c’è attesa sulla decisione del tribunale del Riesame chiamato a vagliare le istanze presentate dai difensori della banda accusata di avere piazzato l’ordigno a Pomezia. “Abbiamo chiesto l’annullamento della misura cautelare e di fare cadere l’aggravante del metodo mafioso” hanno detto gli avvocati Generoso Pagliarulo e Antonio Falconieri. Se dovesse cadere l’aggravante la posizione dei quattro finirebbe all’attenzione dei pm di Velletri.
Intanto emergono anche nuovi elementi. La notte della perquisizione a Valter Lavitola, ci sarebbero stati più contatti tra la persona ritenuta mandante dell’attentato e Ranucci: a raccontarlo è lo stesso imprenditore di origini napoletane che parlando con il Giornale sostiene che nella notte tra il 4 e il 5 luglio scorso dopo uno scambio di messaggi il conduttore di Report lo avrebbe chiamato, intorno alle 3.30 del mattino, e i due sarebbero “stati al telefono per circa due ore”. “Possibile sia rilevante”, spiegano gli inquirenti che sono al lavoro su questi colloqui nel tentativo di accertare il movente su quanto avvenuto all’esterno della villetta del giornalista a Pomezia.
“Alla fine di questa storia sono sicuro al cento per cento che finirò in carcere. Una cosa certa è che rovinerà la vita a me e spero che non la rovini a Sigfrido. Una carriera come quella che ha fatto lui, finire come un amico di un bandito, è il peggio che gli poteva succedere”. E’ quanto ha detto l’imprenditore Valter Lavitola nel corso di un servizio andato in onda a Filorosso, il programma di Rai 3 condotto da Antonino Monteleone con Adele Grossi. Nel corso del filmato, realizzato all’interno del suo ristorante, Lavitola, figura centrale nell’inchiesta della Procura di Roma sull’attentato dello scorso ottobre ai danni del giornalista e conduttore di Report Sigfrido Ranucci, ha affrontato diversi aspetti dell’indagine.
“La pista io credo di sapere qual è. Non so chi è il vero mandante ma so le motivazioni”, ha spiegato l’imprenditore, aggiungendo che, se potesse condurre personalmente le indagini, “forse risalirei al vero mandante”. Incalzato dal giornalista sul fatto di non essere stato arrestato, ha risposto: “Forse vogliono vedere se io stando fuori faccio degli errori. Non te lo so dire. Se vuoi la sincera verità io quando sono andato in Procura ero sicuro che dopo l’interrogatorio mi arrestassero. Ho dovuto salutare mio figlio prima di andare. Mi sono portato pure lo zainetto con me”.
L’imprenditore ha confermato inoltre che, prima che esplodesse la vicenda, era pronto a partire per il Camerun. “Stavo per partire”, ha raccontato, spiegando di non avere più avuto contatti con il suo assistente, Gomes Clesio Tavares. “Purtroppo, non lo posso sentire. Siamo amici da 30 anni. Lui mi chiama padre. Ha avuto sette infarti e gli stavo portando pure le pillole per la pressione. Nell’ultimo messaggio che mi ha scritto perfino la moglie non lo vuole vedere più. Sono preoccupato”.
Lavitola ha ribadito quindi di non avere nulla da nascondere. “Io ho incontrato il Procuratore Lo Voi”, dichiara. “Se loro sono convinti che io ho fatto questo reato o, peggio ancora, se io lo avessi fatto insieme a Sigfrido, se avessero avuto delle prove concrete mi avrebbero arrestato”.
Secondo l’imprenditore, la Procura potrebbe disporre di “elementi che sono off record. Se vuoi costruire degli elementi per arrivare a me, se sei un esperto, un professionista, lo fai. L’obiettivo non sono io. Ci sono delle parti di persone che sono state toccate violentemente e che stanno rischiando troppo. Io ho detto a Sigfrido: Guarda che rischi grosso”, precisando tuttavia di non poter rivelare quali inchieste di Report potrebbero aver provocato questa reazione.
La Rai
Dopo la sospensione in via cautelativa delle repliche estive di Report, la Rai avvia verifiche interne sul caso Ranucci. “Un atto dovuto”, sottolinea Viale Mazzini, “a tutela dell’azienda, delle persone coinvolte e dei principi del servizio pubblico”.