In aula torna Annarita Torriero, zia di Fabio, teste chiave già sotto esame nelle fasi precedenti e oggi nuovamente chiamata a chiarire passaggi rimasti oscuri. Il suo nome si lega con quello di Santino Tuzi, il brigadiere che ebbe con lei una relazione e che l’11 aprile 2008 si tolse la vita dopo aver raccontato agli inquirenti di aver visto Serena entrare in caserma la mattina del 1° giugno 2001. Proprio su questo snodo ruotano anche le intercettazioni tra Sonia Da Fonseca, sua vicina di casa, e il carabiniere Ernesto Venticinque: una registrazione ambientale del 28 settembre 2008 e una telefonata del 10 ottobre successivo. I file audio, consegnati oggi al perito Alessandro Perri per la trascrizione integrale, saranno ascoltati in aula il 15 aprile. Un passaggio che potrebbe gettare nuova luce su versioni che, nel tempo, hanno mostrato più di una crepa. Sul banco degli imputati siedono l’ex comandante della stazione di Arce, Franco Mottola, il figlio Marco Mottola e la moglie Anna Maria Mottola.
La deposizione del carabiniere Gabriele Tersigni
In aula è stata particolarmente carismatica la deposizione del carabiniere Gabriele Tersigni, all’epoca comandante della stazione di Fontana Liri. Tersigni ha riferito che Tuzi, il giorno successivo la sua audizione con gli investigatori, gli confidò di aver visto Serena entrare in caserma “tra le 10.30 e le 11”. In un primo momento parlò di una ragazza senza nome; solo dopo aver osservato una fotografia affermò: “Era Serena Mollicone”. Ma sui dettagli che sono emerse le contraddizioni. “Tuzi mi disse – ha raccontato Tersigni – che mentre la ragazza stava entrando, dall’alloggio del comandante, tramite interfono, una voce maschile lo aveva avvisato dell’arrivo e gli aveva raccomandato di farla salire”. Un particolare che stride però con altre ricostruzioni già effettuate. E ancora: “Mi parlò di una borsetta rettangolare e di un borsone con dei libri”. Dopo l’ingresso, sarebbe arrivato il maresciallo Mottola, poi salito in appartamento: “Da quel momento non lo vide più”. Tersigni ha insistito sulla spontaneità di quelle confidenze: “Il 29 marzo 2008 mi aspettava sulla porta della cucina, era abbattuto”. E il 10 aprile, ha aggiunto, “lo trovai nella stessa identica posizione, con lo sguardo impaurito”.
Nel corso dell’udienza i giudici della Corte d’Assise d’Appello di Roma hanno respinto la richiesta della Procura generale di ampliare l’esame ad altre testimonianze e di acquisire un’intervista televisiva dello stesso Tersigni. A chiudere, le audizioni in aula, il teste Giuseppe Dalmasso, considerato dalla Cassazione poco attendibile e quindi da riesaminare: “A fine maggio 2001, durante la festa di Sant’Eleuterio, vidi Marco Mottola e Serena in piazza. Non so dire se litigassero, ma lui gesticolava in modo acceso”. E ancora: “In quel periodo fumavamo spinelli ai giardinetti con Marco, ci sentivamo al sicuro perché era il figlio del comandante”. Poi il ricordo della convocazione in caserma: “Appena arrivai, due uomini in borghese mi chiesero se fossi stato io a uccidere Serena. Risposi: ‘Perché avrei dovuto?’”.