Il processo per i chioschi a Sabaudia. Dopo l’attacco di Secci al PM Miliano e il successivo intervento dell’Associazione nazionale Magistrati arriva anche la replica del legale di Giovanni Secci, l’avvocato Renato Archidiacono.
La nota
Ho appreso con stupore, da alcuni organi di informazione, che il Sig. Giovanni Secci avrebbe minacciato o, addirittura, tentato di intimidire il pubblico ministero, titolare dell’inchiesta sui chioschi di Sabaudia, oggi presente in aula. Tale fatto è stato rappresentato in maniera del tutto distorta dalla realtà in quanto il Geom. Secci, a torto o a ragione, dal suo punto di vista del tutto personale, ha rilevato, nella richiesta di giudizio immediato, una non corretta enunciazione dei fatti che si contestano. Conseguentemente si è limitato a rappresentare al giudice titolare del fascicolo quelle che, a parere suo, erano le anomalie riscontrate nel predetto atto.
Nessuna intimidazione, minaccia o delegittimazione è mai stata espressa dal Secci nei confronti del Dr. Giuseppe Miliano, come si potrà agevolmente verificare dalla fonoregistrazione del verbale dell’udienza di oggi. Spiace, però, dover constatare che tale distorta rappresentazione dei fatti abbia indotto l’ANM ad esprimere una nota di solidarietà nei confronti del Dr. Miliano. Evidentemente l’ANM non è stata correttamente informata di quanto accaduto all’odierna udienza.
Il Geom. Secci ha un solo interesse, e cioè quello di celebrare il processo a suo carico nel minor tempo possibile e con il pieno rispetto del contraddittorio tra le parti processuali. Segnalo, da ultimo, che il Geom. Giovanni Secci è stato sottoposto alla misura degli arresti domiciliari per 7 mesi per un fatto di reato in relazione al quale la Cassazione ha rilevato la inesistenza di prove a suo carico. Ed infatti, in data odierna, il Tribunale del riesame ha definitivamente annullato l’ordinanza applicativa della misura custodiale nei confronti del Secci.
Forse, aldilà di ogni valutazione su quanto accaduto all’odierna udienza, anche il Geom. Secci meriterebbe un minimo di solidarietà e di comprensione per il suo stato d’animo di cittadino che per 7 mesi è stato ingiustamente ristretto e addirittura privato del diritto di visita dei suoi figli sulla base di prove definite “sostanzialmente inesistenti” dalla Suprema Corte di Cassazione e che solo oggi ha potuto recuperare la sua libertà.