“Dove nascono i silenzi” è il quinto libro di Claudia Conte, giornalista, scrittrice, conduttrice e opinionista televisiva da anni impegnata sui temi della legalità, della tutela dei più fragili e della violenza contro le donne. Un romanzo che porta al centro dell’attenzione quelle ferite che spesso non si vedono, ma che possono lasciare segni profondissimi. Il silenzio diventa così il filo conduttore di una storia che parla di paura, fragilità, solitudine, ma anche di coraggio e della possibilità di tornare a trovare la propria voce.
Un libro nato anche dall’esperienza maturata da Claudia Conte nel lavoro nelle scuole, negli incontri con i giovani e accanto alle donne vittime di violenza. Un percorso che negli anni le ha permesso di raccogliere storie, emozioni e testimonianze, trasformandole in una narrazione che vuole soprattutto invitare all’ascolto e a non voltarsi dall’altra parte.
Abbiamo incontrato Claudia Conte per parlare del suo nuovo libro, delle violenze invisibili, del rapporto con le nuove generazioni e dell’importanza di rompere quei silenzi che troppo spesso nascondono dolore e solitudine.
1. Claudia, Dove nascono i silenzi affronta temi molto delicati. Cosa ti ha spinto a raccontarli attraverso un romanzo?
La narrativa permette di arrivare dove, a volte, i dati e le cronache non riescono. Negli anni ho incontrato tante persone che mi hanno affidato il loro dolore, e ho sentito la responsabilità di trasformare quelle esperienze in una storia capace di parlare a tutti. Il romanzo è nato dall’esigenza di accendere una luce su ciò che spesso resta nascosto, ricordando che dietro ogni silenzio c’è una persona che aspetta di essere ascoltata.
2. Il libro racconta una violenza che spesso non lascia lividi, ma segni profondi nell’anima.
Sì, perché le ferite emotive sono spesso le più difficili da riconoscere. La manipolazione, il controllo, la svalutazione continua possono spegnere lentamente la fiducia in sé stessi. È una violenza che agisce nell’ombra e proprio per questo va raccontata. Solo imparando a riconoscerne i segnali possiamo prevenirla e contrastarla.
3. Quanto c’è della tua esperienza personale e professionale in queste pagine?
Molto. Non è un’autobiografia, ma ogni capitolo è attraversato dalle emozioni raccolte durante il mio lavoro nelle scuole, nelle associazioni e accanto alle donne che hanno trovato il coraggio di chiedere aiuto. Ho cercato di restituire autenticità alle loro paure, ma anche alla loro straordinaria capacità di rialzarsi.
4. Nei tuoi incontri con i giovani emerge spesso il tema della fragilità. Cosa ti raccontano le nuove generazioni?
Mi raccontano il bisogno di essere comprese, non giudicate. Vivono in un tempo velocissimo, dove il confronto continuo con gli altri genera ansia e insicurezza. Molti ragazzi si sentono soli pur essendo sempre connessi. Per questo credo che il compito degli adulti sia quello di creare spazi di ascolto autentico, nei quali possano esprimersi senza paura.
5. Da anni sei impegnata al fianco delle donne vittime di violenza. Cosa manca ancora nel nostro Paese?
Abbiamo fatto passi avanti sul piano della sensibilizzazione, ma serve un cambiamento culturale ancora più profondo. Dobbiamo educare al rispetto fin dall’infanzia, promuovere relazioni sane e superare ogni forma di indifferenza. La prevenzione resta lo strumento più efficace per combattere la violenza.
6. Anche il bullismo e il cyberbullismo trovano spazio nel libro. Perché hai scelto di intrecciare questi temi?
Perché hanno una radice comune: il dolore di chi viene umiliato, escluso o privato della propria dignità. Cambiano i contesti, ma il meccanismo è lo stesso. Parlare di questi fenomeni insieme significa ricordare che ogni forma di violenza nasce dalla mancanza di rispetto verso l’altro.
7. Il titolo è molto significativo. Cosa rappresentano, per te, i “silenzi”?
Sono tutti quei momenti in cui scegliamo, o siamo costretti, a non parlare. Possono nascere dalla paura, dalla vergogna o dalla convinzione di non essere creduti. Ma esistono anche i silenzi di chi assiste e decide di voltarsi dall’altra parte. Il libro invita a rompere entrambi.
8. Qual è il messaggio di speranza che desideri trasmettere?
Che nessuno è definito dalle proprie ferite. Anche dopo le esperienze più dolorose è possibile ritrovare la propria voce e ricostruire la propria vita. La rinascita è possibile quando si incontra qualcuno disposto ad ascoltare senza giudicare.
9. Cosa vorresti che il lettore provasse arrivando all’ultima pagina?
Vorrei che si sentisse coinvolto, non semplicemente spettatore. Mi piacerebbe che il libro spingesse ciascuno a interrogarsi sul proprio ruolo: basta poco per fare la differenza nella vita di qualcuno, a volte è sufficiente ascoltare, accorgersi di un disagio o scegliere di non restare indifferenti.
10. Guardando al futuro, quale obiettivo senti di voler perseguire attraverso il tuo lavoro?
Continuare a utilizzare la cultura come strumento di impegno civile. Credo che libri, incontri e dialogo possano contribuire a costruire una società più consapevole. Se le mie parole riusciranno a incoraggiare anche una sola persona a chiedere aiuto o a trovare il coraggio di ricominciare, avranno già raggiunto il loro scopo.
L’intervista
“Dove nascono i silenzi”, il nuovo libro di Claudia Conte
Racconta le ferite invisibili, la violenza psicologica e il coraggio di ritrovare la propria voce