Novantotto processi vinti su cento. Un numero che, da solo, racconta il talento e la personalità di Vincenzo Mosa. Nell’avvocatura italiana, pur avendo appena 41 anni, il suo nome divenne una leggenda. Una carriera brillante, spezzata ventotto anni fa da un colpo di arma da fuoco di grosso calibro. Da 28 anni è un omicidio rimasto senza colpevoli, archiviato come cold case.
L’esecuzione avvenne a Sabaudia, elegante località balneare della provincia di Latina, meta estiva dei vip. Era il 2 febbraio 1998 quando Mosa venne assassinato nel giardino della sua abitazione stagionale in via Colle Piuccio. Quella sera l’avvocato si era recato nella villetta per recuperare i cani che teneva lì prima di rientrare a Roma, dove aveva un altro studio legale. Non fece più ritorno.
Professionista stimato e volto noto dell’impegno civile, con lo Snarp (Sindacato Nazionale Antiusura), Vincenzo Mosa era l’avvocato che difendeva le vittime dell’usura e del racket, assistendo come parte civile persone finite nella rete della Banda della Magliana e di altre organizzazioni criminali. Era convinto che il diritto fosse uno strumento di giustizia e riscatto sociale.
Proprio nella provincia di Latina, dove esercitava parte della sua attività, Mosa aveva più volte denunciato l’esistenza di un sistema economico criminale sommerso, capace di infiltrarsi progressivamente nei settori produttivi del territorio. Un allarme che all’epoca sembrava eccessivo, ma che il tempo ha confermato. Le inchieste antimafia, a partire dall’operazione “Alba Pontina” contro estorsioni e racket del clan Di Silvio, fino agli arresti di funzionari di banca, sindacalisti e colletti bianchi, sembrano oggi dare ragione a quelle analisi che l’avvocato rappresentava nelle aule di giustizia e nei convegni dello Snarp, di cui era responsabile dell’ufficio legale.
Il suo assassinio avvenne con modalità tipiche di un agguato mafioso. A colpirlo fu un fucile a pompa calibro 12, arma usata per la caccia al cinghiale o per assalti ai furgoni blindati. Nessun testimone, nessuna telecamera, perché all’epoca, 28 anni fa, la videosorveglianza era rara e costosa. Le indagini non portarono a risultati concreti. L’unico indagato, un canoista del posto, Mauro Chiostri, fu assolto definitivamente nel 2002 dopo due gradi di giudizio.
Secondo la ricostruzione dei carabinieri, il ‘pallettone’ che lo colpì alle spalle partì dal confine della villetta adiacente, separata da una siepe. L’ipotesi è che Mosa fosse stato attirato in una trappola e atteso dall’assassino nascosto nella vegetazione. A trovare il corpo fu la governante, allertata dalla moglie, disteso all’esterno dell’abitazione.
“Quando è morto nel 1998, anche se aveva solo 41 anni, mio padre era uno degli avvocati più in vista d’Italia. A distanza di 28 anni, la sua figura è ancora viva nella memoria dei colleghi del foro di Latina e nel ricordo della gente”, ha raccontato a LaPresse il figlio Giuseppe Mosa. Il delitto dell’avvocato si inserisce in una scia di sangue che ha segnato il territorio pontino.
Tre anni prima, a Borgo Montello, era stato ucciso don Cesare Boschin, parroco impegnato contro le infiltrazioni camorristiche negli appalti e nella gestione illecita dei rifiuti. La rapina fu esclusa: denaro e oggetti di valore erano rimasti al loro posto, mentre sparirono alcune agende. Anni dopo, il pentito di camorra Carmine Schiavone rivelò che proprio nella discarica di Borgo Montello, contro cui il sacerdote combatteva, il clan aveva interrato migliaia di fusti di rifiuti tossici.